giovedì 15 aprile 2010

UNA STORIA DI PIRATI





Isole Bajar Mar, Oceano Atlantico. 1716.

Era stato il nostromo della Black Rose ad ordinare a Sally di rimanere in cabina con un semplice, eloquente gesto: un dito passato di taglio sulla gola. Illuso bastardo! Solo la catena che le aveva quasi spezzato la caviglia, e che da pochi giorni le avevano tolto, le aveva impedito di fuggire! Zoppicando, Sally raggiunse il primo ponte e si nascose tra le sartie e i barili neri di pece. Respirò la salsedine, il fetore acre degli uomini pronti all’arrembaggio e il lezzo della morte in attesa. Albeggiava sulle isole maledette a est della Florida, le Bajar Mar, covo dei pirati, mentre il vento trascinava la nebbia in banchi. Tra i flutti infuriati, un vascello emerse dalla foschia. Bum! La Black Rose subito lo colpì, facendo accartocciare l’albero di trinchetto come una pagliuzza infiammata. Tenendosi bassa, Sally si spinse a prua, per osservare meglio. Era uno schooner, ma avrebbe anche potuto essere una nave fantasma se non per le voci che si levavano dall’unico ponte. Voci arrabbiate che gridavano in un inglese duro, del nord, bestemmie, invocazioni, parole oscene. Sulla Black Rose scialuppe furono armate sotto lo sguardo dell’ aguzzino di Sally, il famigerato John Woodliss, il Diavolo dei mari, immobile sulla tolda. Non lontana da lui, nascosta alla sua vista, Sally sputò e lo maledì. Poi, d’un balzo, scavalcò la battagliola e scese la murata aggrappata alla rete di sartiame. Nella scialuppa sotto di lei otto pirati aspettavano, impazienti.

“Muoviti, sei lento come una vecchia baldracca!” urlò uno di loro. Sally si immobilizzò. Avanti, cosa aspetti? Al buio e vestita così non ti possono riconoscere! E cercando nella disperazione il coraggio, scese finché non toccò il fondo della lancia, che subito si mosse. Lo schooner assediato comparve all’improvviso nella nebbia, il nome dipinto in rosso sulla prua: Sweety Cornwall, Dolce Cornovaglia. Sally sentì un groppo stringerle la gola: era un vascello inglese, presumibilmente di un privateer, uno de corsari che re Giorgio aveva inviato oltre Oceano per distruggere la Flying Gang, l’alleanza dei pirati. Sul ponte alcuni uomini stavano combattendo ferocemente. Altri, già disarmati, aspettavano la morte per mano dei traditori che si erano venduti al Diavolo.

Nel frattempo, la scialuppa di Sally aveva raggiunto lo schooner e gli uomini avevano incominciato ad issarsi sulla bassa murata. Sally si acquattò sul fondo della lancia. Nessuno le badò. Dopo secondi lunghi come ore, rialzò la testa, ed era sola. Sola! Forse, se avesse remato fino alla prossima isola…avrebbe trovato altri pirati ad accoglierla. Forse, se si fosse fermata lì, ancorata a uno scoglio, una nave di passaggio l’avrebbe vista, e accolta a bordo…se non fosse morta prima di fame e di sete. No. Aveva bisogno di un buon piano per fuggire. Ma quale? Un grido inferocito la fece sussultare. Alzò lo sguardo e vide sul ponte dello schooner un uomo duellare selvaggiamente con due, no, quattro avversari. L’uomo ora si stava arrampicando con l’agilità di una pantera sull’albero maestro.

Il cuore di Sally mancò un battito.

Uno dei suoi inseguitori, un tipaccio della Black Rose, aveva estratto la pistola e stava prendendo la mira. Da quella distanza non avrebbe potuto sbagliare. Sally chiuse gli occhi, obbedendo a un ordine del fato. Se fosse sopravvissuto, quell’uomo sarebbe stato suo. Per sempre.

L’avrebbe salvata. E amata.

Doveva proteggerlo.

Così, fece l’unica cosa possibile. Urlò. Urlò come una folle, come una donna innamorata, o forse come una sirena. Il suo grido echeggiò nella notte all’improvviso muta e l’uomo la guardò. Anche il pirata la guardò, ritardando lo sparo e permettendo all’uomo di lanciarsi dall’albero maestro e di saltare in mare, rapido, ma non tanto da evitare la pallottola. Si immerse nei flutti neri a poche iarde da Sally e, come per miracolo, riemerse. Vivo, cosciente, furioso. Lei gli porse il remo, lui l’afferrò e in pochi secondi fu a bordo. Tremava di freddo e di rabbia, sanguinava dalla testa e dal fianco. Ma era vivo. E urlava, e imprecava, e minacciava.

“Zitto, state zitto. Non potete fare niente, adesso, se non morire: è questo che volete?” E gli sorrise.

E il viso dell’uomo, stravolto, ma bellissimo, sembrò placarsi.


Due giorni dopo. In rotta verso la Florida.

Sdraiato nella cuccetta l’uomo si contorse e gemette, forse in preda a un incubo, e Sally gli fu subito addosso, la mano pressata contro la bocca.

“Shh, zitto, o vi sentiranno.”

Aveva aperto gli occhi, due polle più azzurre del mare che le tolsero il respiro. Sulle prime l’uomo tentò di reagire a quell’imposizione, ma non fece resistenza quando Sally gli si sdraiò sopra e cominciò a bisbigliargli all’ orecchio. Il contatto con il corpo di Sally sembrò calmarlo.

Sorrise.

“Tacete e ascoltate, se non volete condannare entrambi a morte,” gli disse.

Una minaccia che non sembrò impressionarlo.

“Sei una femmina, in abiti maschili…”

“Già, sono una femmina. Ora che ve ne siete assicurato, potete anche tenere le mani a posto.”

Lui scoppiò a ridere. “Non sono il tipo da rimanere a guardare, quando una bella donna si corica sopra di me…”

Accarezzandola, scese dalle spalle lungo la schiena e oltre, come se ne avesse ogni diritto. Sally non riuscì a reprimere un gemito. Un calore improvviso le imporporò il viso, poi scese, molto più in basso.

L’uomo sorrise, di nuovo. “Mi sono addormentato tra le fiamme dell’ inferno e ora mi risveglio in paradiso,” mormorò. Aveva denti bianchissimi, una bocca morbida e sensuale. La barba chiara e ispida risaltava sul viso abbronzato.

Con un oh Sally espresse tutta la sua virginale indignazione, sincera, ma non sufficiente a farle abbandonare il contatto con quel corpo caldo.

Oh, dite? Donna, state giocando col fuoco, col mio fuoco. Se non volete guai è meglio che vi alziate, e subito. Sono in mare da troppo tempo per respingere una tentazione.” La sua voce, roca e sensuale, le sfiorò le labbra. I suoi occhi socchiusi, ombrati di desiderio, le accarezzarono il viso. Certo, se si fosse data a lui, Woodliss non avrebbe avuto la soddisfazione di essere il primo. Quando troverò un altro chirurgo, mi divertirò con te, e poi ti lascerò alla ciurma, le aveva promesso il bastardo. Il ricordo di quelle parole la raggelò.

Si mise seduta. A cavalcioni su di lui. Che la guardò incredulo. Se questa femmina non la smette di provocarmi…

“Capitano Cooper, sono una donna, ma sono anche il medico di bordo. Vi ho ricucito e curato, vi ho salvato la vita, per ben due volte. Quindi, mi dovete qualcosa. Il vostro rispetto e la vostra fiducia, tanto per cominciare.”

Lui la fissò come se non riuscisse a comprendere. In quel momento vedeva solo una donna desiderabile, con grandi occhi grigi e lucenti capelli corvini, un sorriso che riscaldava il cuore e un corpo cui avrebbe strappato volentieri i vestiti di dosso. Un sopracciglio si sollevò: “Un medico, voi?”

Lei alzò gli occhi al cielo, poi spiegò: “Woodliss aveva bisogno di un medico a bordo. Così, una notte, ha ordinato ai suoi uomini di rapire mio padre, chirurgo della Tristan. Quegli idioti sono entrati nella cabina sbagliata, e hanno preso me.”

“Woodliss della Flying Gang?” fece lui di colpo agitato. “Mi trovo sulla Black Rose? Bontà divina!”

“Già. Ma nella mia cabina siete al sicuro. Nessuno può entrarvi, pena la morte. Sono il cerusico di bordo, dopotutto.” Notando la sua espressione perplessa, continuò a spiegare. “Sulle prime il Diavolo voleva vendermi agli schiavisti, poi, quando gli ho dimostrato di essere un medico competente, ha deciso di graziarmi. Non può navigare senza chi sappia ricucirgli gli uomini!” Lui la fissava esterrefatto, senza parole. “Mi chiamo Sally MacNorman. Vi ricordate cosa è successo due giorni fa?”

“Great Abaco…” bisbigliò annuendo. “Mi avete salvato la vita.” C’erano riconoscenza e rispetto nei suoi occhi azzurri.

Ancora a cavalcioni su di lui, lei assentì e ingenuamente si mosse. Per un istante il sorriso dell’uomo si fece malizioso e Sally avvampò. Si alzò in modo precipitoso, quasi fosse stata minacciata da una spada, e gli girò le spalle.

“Se avete cara la pelle, capitano Cooper, farete ciò che vi dico.”

“Conoscete il mio nome?”

“ Non solo quello.”



Tre giorni dopo, al largo di Cajo Hueso, Sud della Florida.

La notte era calata, senza luna, senza vento. Immobile. Cinque grossi velieri, oltre allo schooner di Cooper, beccheggiavano in rada di fronte all’isola. I loro comandanti erano a terra con la maggior parte dei uomini e presto tutti si sarebbero riversati nelle bettole in cerca di rum, donne e risse. Anche i capi si sarebbero ubriacati, ma solo dopo aver discusso una nuova strategia contro la flotta dei privateer.

Era il momento di agire.

C’erano solo tre uomini di guardia alla Black Rose, già gonfi di rum. Cooper li colse alle spalle, uno dopo l’altro, e li tramortì con un’ efficace randellata alla testa. Trascinando il suo piede sinistro, Sally nel frattempo aveva liberato dalla stiva i soli due marinai della Sweety Cornwall cui Woodliss aveva risparmiato la vita.

“Dobbiamo riprenderci lo schooner”, spiegò loro Cooper. Gli uomini assentirono, pronti ad entrare in azione. Con una lancia raggiunsero il veliero che li aspettava immobile nella notte. Una volta sul ponte, Sally si nascose e Cooper seguito dai suoi uomini scivolò nell’oscurità in cerca delle sentinelle. Non gli fu difficile trovarle.

“Buona sera, signori,” disse. Erano due dei traditori che avevano consegnato la Sweety Cornwall a Woodliss. Sussultarono alla voce di Cooper, glaciale e terribile, senza avere il tempo di reagire. Col terrore negli occhi guardarono Cooper come fosse uno spettro, e come uno spettro furioso lui li ammazzò.

Dopo aver dato ordine ai suoi uomini di prepararsi a salpare, raggiunse Sally e stringendola a sé sentì svanire l’odio e la rabbia che aveva appena sfogato sui quei due corpi. Le accarezzò i capelli, la baciò con tenerezza.

E lei capì.

“Non è ancora finita, vero?” gli chiese. No, non lo era.

“Devo farlo, Sally,” mormorò Cooper. “Per te, per l’Inghilterra, ma soprattutto per me stesso. E poi,” aggiunse sorridendo,“ciò che ho in mente mi farà intascare una grossa ricompensa.”

Ma Sally sapeva che non era il denaro a spingerlo, ma il senso dell’onore. In silenzio lo osservò caricare una scialuppa con petrolio, polvere da sparo e stracci, e in silenzio ricacciò le lacrime mentre lui si calava dalla murata ordinando agli uomini di proteggere la vita di Sally e di salpare se non fosse tornato entro due ore.

“Russell Cooper! Farai bene a tornare da me, maledizione!” gridò lei. Ma lui era già un’ombra che scivolava nel nero delle onde trascinando con sè le promesse che si erano scambiati, la passione, i baci, i gemiti, il piacere che li aveva uniti per sempre. “Russell”, mormorò ancora Sally prima che uno dei due marinai la chiamasse.

“Miss? Sapete cos’è un obice?”

“No, ma posso impararlo.”

La notte cominciò a colorarsi di fuoco circa un’ora dopo. Dapprima insicure, le fiamme presero a brillare dai ponti dei vascelli pirata, a inerpicarsi su per gli alberi, a intrufolarsi sottocoperta. Dalle finestre di poppa e dai pozzetti di coperta lingue rosse si sporsero, beffarde, mentre il fumo sporcava la notte. Quello spettacolo fu salutato a bordo della Sweety Cornwall con urla di gioia e hurrà per il capitano Cooper. Le cinque navi ammiraglie della Flying Gang stavano bruciando allegramente.

Un’ora dopo Sally scrutava il mare infuocato, come fosse il suo destino. Dove sei, Russell? D’un tratto ne avvertì presenza, e poco dopo lo vide comparire, tra le onde che risplendevano sinistramente dei colori del fuoco. E lo sentì. Urlava, remando come un forsennato, inseguito da scialuppe cariche di uomini inferociti. E armati. Prima ancora che la sua lancia andasse a sbattere contro lo scafo, Cooper già si stava arrampicando sulla rete che pendeva dalla murata. Un bersaglio fin troppo facile per i suoi inseguitori. Il cuore di Sally smise di battere, ma poi ricominciò quando lo vide cadere esausto, ma vivo, sul ponte. Fu allora che corse ai due piccoli obici di poppa, mirò e diede fuoco alla miccia, come le era stato appena insegnato. E fu allora che Woodliss vide una palla infuocata colpire la sua lancia, e poi un’altra e un’altra ancora finire su quelle vicine ed affondarle mentre lo schooner si allontanava irridente, veloce e leggero nella notte.

Sporca di polvere da sparo e ancora tremante di paura, Sally si buttò tra le braccia di Cooper che la fissava incredulo. “Nessuno mai mi crederà quando dirò che la mia sposa è un chirurgo ed anche un esperto artificiere! Sei una donna pericolosa, Sally MacNorman!”

Lei lo guardò di sottecchi.”Era una proposta, quella che hai appena pronunciato, capitano Cooper? Perché, se lo era, farai bene a rispettarla!”

Lui non rispose, sorrise malizioso e la baciò una volta e poi ancora e ancora, mentre John Woodliss, che essendo il diavolo aveva il terrore dell’acqua, annaspava tra i flutti cercando inutilmente di rimanere a galla.



martedì 12 gennaio 2010

IL TEPORE DELL' ILLUSIONE, un racconto scritto per il RD





Sir Gregory fissava il dipinto sulla parete: un pittore di qualche secolo prima aveva fermato sulla tela l’immagine di un antico castello, a picco sulle onde in burrasca del mare di Bretagna. Anche se lui non vi aveva mai creduto, una leggenda raccontava che da quelle antiche mura provenisse la sua famiglia. Racchiuso in un’elaborata cornice d’oro, il quadro era rimasto confinato per almeno due secoli nella casa dei suoi avi, su nello Yorkshire, e da solo dieci anni si era trasferito con lui nella Town House di Hannover Street, a Londra. A quel castello Sir Gregory Stanford affidava con fiducia pensieri, tesori e segreti.

Sir Gregory era un tipo originale, per nulla incline a subire pedissequamente le regole della società in cui viveva.

In generale, giudicava gli uomini noiosi e poco stimolanti, le donne affascinanti, sorprendenti e decisamente temibili a causa della loro acuta intelligenza e vivace perseveranza. Ma non erano unicamente queste le doti che in loro apprezzava… Qualcuno mormorava che avesse avuto un’amante per ogni giorno trascorso in terra. Quel qualcuno esagerava, naturalmente, anche se, a trentacinque anni, rimaneva il sogno proibito di molte signore, e non solo di quelle che lo avrebbero volentieri visto sull’altare al fianco delle loro virtuose figlie.
Era un rompiscatole, perché non ammetteva errori né da se stesso né dagli altri. Un arrogante e un presuntuoso. La sua lingua era tagliente, come i suoi occhi scuri. La sua mente era pronta a ricevere, raramente a dare. Era famoso per essere irascibile, prepotente, a volte villano.

Si diceva che avesse affrontato dieci duelli, e che li avesse vinti tutti. Si esagerava, naturalmente.

Si diceva anche che fosse uno degli uomini più ricchi d’ Inghilterra e che ricchezze e potere li avesse conquistati lavorando sodo, con coraggio, disciplina e una non comune e fantasiosa intelligenza. E non si esagerava.

Sir Gregory viveva la sua vita come una perenne sfida, e una infinita terra di conquista.


Possedeva case in tutta Londra, un giornale influente, una banca e una casa editrice. E, nonostante temesse il mare più della peste, una cospicua quota di una società di navigazione.

Era un uomo dal fascino duro, scostante, e di una bellezza non comune. Una bellezza che proveniva più dall’irregolarità dei lineamenti che non dalla loro perfezione: il naso un po’ storto, il mento volitivo, i capelli sempre spettinati e troppo lunghi sul collo gli davano quel tocco maudit e un po’ rude che lo rendeva agli occhi delle donne irresistibile. Non portava né baffi né barba, che riteneva essere focolai di sporcizia, nonché l’ inconfutabile e fastidiosa prova della stretta parentela che legava l’uomo alla scimmia. Spesso aveva con vigore sostenuto dalle pagine del suo giornale, “The Star”, la teoria evolutiva di Darwin al quale, se solo fosse stato ancora in vita, avrebbe con piacere indicato nomi, cognomi e titoli nobiliari di coloro che lui riteneva essere i discendenti diretti del misterioso anello mancante.

Sir Gregory lanciò un ultimo sguardo al dipinto, bevve un sorso di whiskey e si ributtò nella lettura del manoscritto che un tale Bram Stocker gli aveva inviato, un curioso ed interessante romanzo su un conte della Transilvania.

Mancavano sei ore al termine di quella domenica, 20 dicembre 1896. Una giornata da rimuovere dalla memoria, per Sir Gregory, nata male e probabilmente destinata a finire altrettanto male.

Tutto era iniziato con un biglietto della sua amante che gli comunicava il ritorno improvviso in città del marito. Il fatto, in se stesso, non avrebbe avuto la minima importanza se non avesse interferito con il proposito di Sir Gregory di soddisfare quel pomeriggio stesso le proprie maschili inclinazioni con la signora in questione.

Fastidioso.

Poi ci si era messo il caffè. A colazione se ne era versato una tazza bollente addosso, con conseguente e necessario cambio degli abiti e principio di ustione alla mano sinistra. Fastidioso.

E che dire della visita indesiderata di Lord Monrock? Quell’uomo insulso lo aveva costretto a sopportare futili discorsi per una buona mezz’ora ed ad accettare il suo invito per la abituale soirée del 23 dicembre, durante la quale i numerosi pargoli e adolescenti di casa si sarebbero esibiti in una infinita lagna di canti natalizi.

Molto fastidioso.

E per finire, quel pomeriggio, ritornando a casa a piedi, un ragazzino gli aveva rubato la borsa contenente qualche sterlina e i documenti indispensabili a portare a termine l’affare cui da tempo lavorava.

Gra-vis-si-mo!

E di chi era la colpa? A pensarci bene, del marito della sua amante che, dimostrando un’imperdonabile mancanza di tatto, lo aveva costretto a passare l’intero pomeriggio non in piacevoli occupazioni, ma alla scrivania del suo ufficio ai Docks. Una fitta di rabbia gli strinse il petto al ricordo di come quel monello di non più di otto anni, figlio del diavolo e probabilmente più furbo del diavolo stesso, l’avesse giocato. Un pugno si abbatté con particolare violenza contro il povero Dracula, che certo a tal colpo dovette trasalire nella sua cassa.

Con la complicità del ghiaccio, la cui formazione in quel preciso punto della strada Sir Gregory pensava non fosse casuale, quel diabolico ragazzino aveva perpetrato il suo semplice quanto efficace piano: una spinta ben assestata alle sue ginocchia e lui si era ritrovato a gambe levate, ferito più al fondo schiena che nell’orgoglio. Il piccolo furfante gli era scoppiato a ridere in faccia quando lui aveva cercato senza successo di rialzarsi, rovinando maldestramente di nuovo sul ghiaccio. Poi, il furfante, gli aveva tirato fuori la lingua, si era impossessato della sua borsa e si era volatilizzato tra gli edifici fatiscenti dei Docks. E provare a rincorrerlo era stato come buttare petrolio sul fuoco: dopo due passi incerti, il piede sinistro era andato a destra, il piede destro a sinistra e il suo fondo schiena si era ritrovato vis à vis con il ghiaccio. Di nuovo.

Dannazione al moccioso! Dannazione alla domenica!

Delle poche sterline che conteneva la borsa non gli importava nulla, che se le tenesse pure, ma i documenti! Per preparane di nuovi ci sarebbe voluta almeno una settimana e il lavoro di due o tre impiegati.
A meno che non fosse riuscito a ritrovare il ladruncolo….



Mentre si dibatteva tra l’allettante pensiero di come avrebbe punito il piccolo delinquente se lo avesse catturato e la triste consapevolezza che il reo non fosse che un povero bimbo costretto a rubare per vivere, Roop, il maggiordomo, bussò e si affacciò discretamente alla porta.

“Sir Stanford, una visita per voi.”

Alle sei e mezza del pomeriggio? Di domenica?

L’espressione stupita del suo padrone non provocò nel domestico la benché minima reazione.

“Il biglietto?” chiese Sir Gregory sorpreso che non gliene fosse stato presentato alcuno.

“Temo che la signorina non possegga biglietti da visita….”

proseguì il maggiordomo, “ma che sia dotata di borsa, di una borsa esattamente identica a quella che vi è stata rubata quest’oggi, signore.”

“Cosa?” proruppe Sir Gregory alzandosi in piedi di scatto.
”Presto, fatela passare.”

Non sapeva bene cosa aspettarsi, Sir Gregory. Una serie di ipotesi si materializzarono nella sua mente. Quella che la donna fosse la complice del piccolo mascalzone gli apparve la più probabile.

Certo non era preparato a quella visione. Si era immaginato una donna volgare, col volto dipinto, dal forte accento cockney, pronta a chiedergli danaro in cambio della restituzione del maltolto.


Invece gli apparve un angelo.

Un angelo infreddolito e leggermente zoppicante. Avvolto in un maltello di colore indefinibile che aveva visto tempi migliori. Con lunghi capelli neri trattenuti da un semplice nastro verde. E coperto di neve dalla testa ai piedi.

Tremando, probabilmente per il freddo e non per l’emozione di trovarsi al cospetto di Sir Gregory, l’angelo, volevamo dire la donna, gli si avvicinò e parlò. La voce era incerta, ma melodiosa. Con un’inflessione straniera.

Un angelo francese?
”Credo che vi appartenga
sir
. L’ho sottratta allo stesso ladruncolo che ha cercato di impadronirsi della mia reticella, giù ai Docks.”

“Siete riuscita a rialzarvi e a rincorrerlo?” fece Sir Gregory sorpreso.

L’angelo gli restituì la stessa espressione di stupore.

“Come sapete che sono caduta? Anche voi siete stato spinto sul ghiaccio, forse?”

“Oh sì, e la mia …schiena se ne rammarica ancora. Ma a quanto pare voi siete stata o più fortunata o più agile di me.”

“Entrambe le cose, probabilmente, signore.”

Un sorriso le illuminò per la prima volta il viso.

Un angelo che sorride.

Sir Gregory fece un passo verso la giovane, che subito indietreggiò, mutando repentinamente il sorriso in aria di sfida.
Fu Sir Gregory a sorridere, questa volta, rassicurante.
”Posso avere la mia borsa, signorina?” le chiese allungando un braccio.
Lei gliela porse e disse:
”Manca una sterlina, o almeno una sterlina del denaro che vi ho trovato dentro. L’ ho data al …ladro.”

Lui la guardò stupefatto. Aveva regalato una sterlina, e che non fosse sua era un particolare non trascurabile, al ladro che l’aveva prima fatta cadere e poi cercato di derubarla? Perché mai? Era forse una scriteriata?

Non riuscì a rispondere a queste difficili questioni perché lei, intanto, aveva ripreso a parlare.
”Se avessi avuto con me più di tre scellini, gli avrei dato il mio denaro e non il vostro….Spero che capirete.”

L’’uomo la fissò come se non capisse. Non rispose.

“Roop”, disse invece,” servite il te, e portate una coperta. E voi, signorina accomodatevi davanti al camino. Siete gelata, e tremate vistosamente.

Distrattamente guardò fuori dalla finestra della biblioteca e vide il chiarore della neve illuminare la notte. Per un istante tutto divenne immobile e bianco e Sir Gregory fu colpito dalla bizzarra sensazione che la sua vita stesse per ricominciare.

Lei non si era mossa e sembrava essere indecisa sul da farsi. Lui cercò di incoraggiarla.

“ Roop, prendete il mantello della signorina. Accomodatevi, prego”, disse indicando il divano davanti al camino acceso.

“No signore, è meglio che vada, è molto tardi, e le strade sono ghiacciate e ricoperte di neve. Ho ancora molto cammino per raggiungere casa”.

Quale casa? Io non ho una casa.

“Non temete, signorina, dopo vi farò riaccompagnare in carrozza.”

O forse vi riaccompagnerò io stesso. La reazione che il suo corpo ebbe a quel pensiero gli provocò un inatteso imbarazzo.

Lei si sfilò titubante il mantello. Gocciolava. Roop si materializzò al suo fianco e glielo prese dalle mani, poi uscì dalla stanza, lasciandoli soli.

Sir Gregory e l’angelo. No. Non erano canti celesti che risuonavano nelle sue orecchie adesso quando lui la guardava. Erano sensazioni decisamente umane, maledettamente umane, ma ugualmente paradisiache.

L’ angelo, a quel punto, aveva assunto le sembianze di una misteriosa, bellissima giovane donna.

“Come vi chiamate, signorina?”

Gli occhi di Sir Gregory istintivamente incominciarono un’accurata ispezione della ragazza mentre quella, i palmi delle mani verso le fiamme, cercava il conforto del calore.

La pendola battè un quarto alle sette.

“Magdalène Chanier”.

Era vestita modestamente, ma con buon gusto. Di verde, come i suoi occhi e il nastro tra i capelli. Una giacca aderente esaltava la vita sottile e fianchi flessuosi ma provocanti. La gonna, di lana grezza e poco costosa, appoggiava delicatamente sulle natiche. Sir Gregory non potè che apprezzare quanto i suoi occhi vedevano, proseguendo con l’aiuto dell’immaginazione la sua poco signorile perlustrazione. Le gambe devono essere lunghe, e snelle, valutò inclinando la testa di lato per giudicare meglio. Resistendo all’impulso di allungare una mano per verificare quell’ultima considerazione, ed evitare così spiacevoli malintesi, incrociò le braccia e chiese:

“Etes vous française?”

La donna si girò, lo guardò sorpresa, forse per l’ottima pronuncia, e si sedette. Sir Gregory apprezzò che la giacca di Magdalène, pur non essendo particolarmente alla moda nè di buon taglio, si aprisse leggermente rivelando che anche il davanti della donna era degno di ammirazione. Ma sfortunatamente coperto da un’ accollata camicia di cotone bianco. Sir Gregory odiava le camicie di cotone bianco. Così poco femminili, così poco pratiche da sfilare… Finiva sempre per dover lottare con i bottoni dei polsini….

“Mio padre lo era. Mia madre era inglese.”

Gli occhi erano la parte di una donna che Sir Gregory guardava per ultima. E non perché non ne fosse attratto. Al contrario. Anzi, proprio a causa del contrario. Era convinto che un paio di occhi, prima o poi, lo avrebbero catturato e condotto alla dannazione eterna. Così, anche in questa sua poco signorile esplorazione, lasciò gli occhi della signorina per ultimi.

“Posso chiedervi cosa fate a Londra, mademoiselle?”

“Ci vivo, a Londra, Monsieur.”

Lui si accomodò sul divano al suo fianco, ma nonostante ci fosse almeno un intero cuscino fra loro, la vide irrigidirsi.

E’ irrequieta. Insicura. Si chiede cosa ci stia facendo in questa casa sola…con me. Come darle torto?

Ancora una bizzarra sensazione.

Questa giovane e intimidita creatura sarà la mia conquista più difficile.

Le sorrise, con quel suo sorriso che poteva gelare o riscaldare una persona fino in fondo all’anima. E le fissò le labbra, non riuscì ad evitarlo. Belle, piene e arrossate dal freddo, probabilmente. Ma lui le immaginò rosse e gonfie di baci. Dei suoi baci, per la precisione. Se ne stavano socchiuse sopra un mento delizioso, che incorniciava una fossetta che compariva e scompariva continuamente, come per magia, in un gioco ipnotico. A fatica distolse lo sguardo dalla fossetta e dalle labbra della donna. E lo fissò sul suo naso.

Non era più un angelo. Neppure una giovane donna misteriosa.

Chi sei, sorprendente creatura?

Sir Gregory cercò inutilmente una risposta.
”Signore, se ho chiesto di parlarvi e non ho semplicemente restituito al vostro domestico la borsa che vi appartiene….”

Un naso che era piccolo e impertinente, leggermente piegato all’insù. Sentì il desiderio di prenderlo fra le labbra, di leccarlo indecorosamente. Se l’avesse fatto, pensò, la donna sarebbe probabilmente svenuta.

“…E’ per spiegarvi il motivo per cui ho senza il vostro permesso prelevato una sterlina dalla vostra borsa e l’ho data a quella piccola peste.”

Ormai Sir Gregory non provava più alcun interesse per il contenuto della borsa. Figuriamoci per una misera, insignificante sterlina. Possedeva talmente tante sterline che era stato costretto a comprare una banca per avere un posto dove metterle tutte, come un bambino avrebbe comprato un salvadanaio. Che insulso argomento era il danaro, quando la sua mente era alle prese con contenuti molto più stimolanti!

Come, per citarne uno, elaborare la migliore strategia per farla sua. Subito. Su quel divano.

Lo sguardo di Sir Gregory si fermò sulle gote della donna. Aveva zigomi alti e pieni, arrossati dal freddo. Sarebbe svenuta anche se le avesse sfiorato una guancia? Delicatamente, con la punta delle dita? Strinse le mani a pugno, un po’ per dispetto, un po’ per non cadere in tentazione. Un improvviso dolore alla mano ustionata lo riportò, quasi fosse la staffilata di un precettore, a più decorosi propositi.

“Mademoiselle Chanier. Avete fatto benissimo a dare a quel poveraccio una sterlina. Almeno per qualche giorno non dovrà più rubare per mangiare. Dovevate dargliele tutte. Anzi,domani torneremo insieme a cercarlo e gliele daremo tutte. Quante erano, dieci?”

Un’altra sensazione: sono decisamente impazzito! Pochi minuti fa l’ avrei strozzato con le mie stesse mani quel piccolo farabutto, ed ora voglio regalargli i miei soldi?

“Dieci sterline? Gli dareste dieci sterline?” domandò Magdalène sgranando gli occhi.
Fu in quel preciso momento che lui finalmente li vide. No, li aveva già visti e sapeva che erano verdi, leggermente allungati e velati da ciglia nere come i suoi bellissimi capelli di seta.

Fu in quel preciso momento che lui li guardò. Che ci si specchiò e vi affogò. Fu in quel preciso momento che fu sicuro di aver perso la sfida con lei.

Nello stesso momento, lei seppe di aver vinto la sua. Anche se…. Cosa stava avendo, forse dei rigurgiti di coscienza?

Naaaa.

Lasciò che i loro sguardi rimanessero incatenati finché non fu certa che l’uomo fosse suo. Poi, con un sospiro e un repentino e quasi impercettibile movimento della testa, abbassò le palpabre, e le guance si imporporarono nella più convincente esibizione di sottomissione e turbamento.

Un’altra sensazione invase Sir Gregory. Indefinibile, pericolosa, sensuale. Reciproca.

Oh Dio del Cielo, era davvero possibile che anche lei provasse il suo stesso struggimento?

Roop fece come sempre un magistrale ingresso, discreto, ma imponente, seguito da due valletti che arrancavano sotto il peso di due enormi vassoi.

Magdalène, sempre che questo fosse il suo vero nome, non mangiava da almeno un giorno, e a quella vista gli occhi le si riempirono di lacrime. Nonostante una signorina ben educata in pubblico non potesse che spiluccare distrattamente, e non certo buttarsi sul cibo come un’ape sul miele, lei lo avrebbe fatto. Oh sì. Ci si sarebbe buttata sopra. Con voracità. Se solo fosse riuscita ad allontanare Sir Gregory dalla biblioteca per qualche istante, si sarebbe rimpinzata senza dover fingere una femminile avversione per la volgare abitudine di riempirsi lo stomaco.

Sperò che sua madre, da lassù, non la stesse osservando. Pensiero che le sorgeva spontaneo ogni giorno con una notevole frequenza.
No, certo sua madre non avrebbe approvato la bramosia con cui si sarebbe gettata sul cibo tra meno di un minuto. E neppure quello che avrebbe fatto quella notte.
Pregò che quella notte
maman
avesse di meglio da fare.

“Posso servire il tè, Sir Stanford?” chiese Roop dopo aver sovrinteso alla sistemazione dei vassoi sul tavolino di fronte al divano.

Sir Gregory non voleva la servitù tra i piedi neppure un secondo più a lungo.

“No, Roop, vi ringrazio. Penso che Mademoiselle sarà felice di versare il tè lei stessa”.

Magdalène lo fissò stupita, ma poi sorrise e mormorò: “Sarà un piacere, Sir Stanford”.

Un perplesso Roop, seguito dai due valletti, si esibì in una magistrale uscita.

Finalmente soli!

Sir Gregory la osservava rapito, ammirato. Le mani di Magdalène non erano certo quelle di una signora, ma sicuramente lo erano state. Altrimenti non avrebbero avuto quella grazia innata e quella aristocratica sicurezza nel versare il tè. E nell’offrirglielo. E il sorriso che gli rivolse mentre gli porgeva armoniosamente la tazza, lo riscaldò più di un bicchiere di brandy. Di due bicchieri di brandy.
Gli aveva sorriso, con la vibrante dolcezza
dell’abitudine. Con la sconvolgente intimità che solo l’amore, soprattutto quello fisico, riflettè Sir Gregory, può regalare. Chiudendo gli occhi per un istante, immaginò di infilare un anello nuziale al dito indice di quella donna, che all’improvviso era tornata a possedere alcune connotazioni angeliche.

Decisamente, sono impazzito.

Immaginò anche di sentire delle voci infantili provenire dall’altra stanza, e dei bimbi invadere la biblioteca gridando mamma, papà. Quanti erano i pargoli? Almeno tre. No, quattro. C’era anche il più piccolo, di pochi mesi, in braccio alla bambinaia.

Il pensiero lo fece fremere, forse di desiderio, forse di terrore, forse di una gioia e di una serenità che disperava di poter mai raggiungere. Si alzò di scatto dal divano e le girò le spalle, nel tentativo di nasconderle le sue imbarazzanti e zuccherose visioni.

Lei ne approfittò per infilarsi un sandwich al tacchino e formaggio in bocca. Intero. Poi un altro, e un altro ancora.

Quando lui si girò di nuovo verso di lei, i sandwich avevano già miracolosamente percorso il primo tratto dell’apparato digerente della donna.

Lui si risedette, guardò il vassoio dei sandwich e alzò un sopracciglio. Dove erano finiti i famosi panini farciti di Roop?
Devo averli mangiati senza essermene neppure reso conto.

D’altronde, non poteva essere stato altri che lui ad averli spazzolati via con tanta cura. Non certo quell’uccellino spaurito…

Angelo. Donna bellissima e misteriosa. Uccellino spaurito. Le aveva in un secondo restituito ali, penne e piume.

L’uccellino spaurito stava spiluccando distrattamente un biscotto alla vaniglia. Che abbandonò nel piatto con un gran sospiro, fingendo una sazietà che non provava.
Nel far questo, lasciò lo sguardo correre distrattamente verso il quadro del castello appeso alla parete.

Aspettami, o severo maniero bretone.

La pendola battè le otto e trenta. Era tempo per lei di portare l’attacco finale. Anche se…

Quell’uomo le piaceva. Doveva ammetterlo. E non perché fosse ricco, brillante, bello, gentile e….dannatamente ingenuo. Non solo per quello, almeno. Anche perché il suo profumo le faceva girare la testa e quando incontrava i suoi occhi una sensazione di calore la invadeva. Meglio, la stordiva. Ne aveva prese di botte in vita sua, Magdalène, e non solo metaforicamente. Ma il colpo che Sir Gregory le aveva assestato con un semplice profondo, significativo sguardo pieno di promesse era stato magistrale e sleale, l’aveva buttata a terra priva di fiato, colpendola al cuore. Aveva provato, con tutta la forza e la determinazione della fuggiasca che era, a schivare quel colpo portentoso, ma nonostante l’esperienza e la sua indubbia abilità non vi era riuscita. Dannazione a lui! Le conseguenze stavano già facendosi sentire: struggimento, timore, tremore alle gambe, incertezza, sfarfallio nello stomaco. No, forse quello era semplicemente fame.

Dannazione a me!

E se fosse stato l’uomo giusto? Avrebbe potuto mai esserci per lei l’uomo giusto?

Non credeva al caso, però era convinta che il caso, a volte, giocasse degli strani scherzi. Come era successo la prima volta che avevano cercato di arrestarla. Era stato grazie al caso se era riuscita a scappare, e se la polizia non era mai stata in grado di risalire a lei!

Si passò una mano sugli occhi, come se di colpo non potesse sostenere l’intensa luminosità che la luce elettrica, una moderna diavoleria che quelli come lei non apprezzavano, diffondeva nella stanza. Sbadigliò. Uno sbadiglio solo accennato, celato doverosamente dalla mano. Le palpebre si chiusero sugli occhi verdi, lentamente, lentamente, tanto lentamente da poter regalare a Sir Gregory un ultimo, intenso, promettente, languido sguardo. Lo sguardo. Quello che Magdalène sfoggiava nelle grandi occasioni.

La mano scivolò sulla guancia e poi le cadde in grembo, mentre la testa si chinava deliziosamente di lato.

“Ho tanto sonno…” mormorò.

Se avesse urlato a squarciagola: sto morendo, aiuto, allarme, accorrete! non avrebbe ottenuto dal suo ospite più solerte risposta.

Col cuore stretto in una morsa, commosso da tanto innocente abbandono, Sir Gregory pensò senza malizia che fosse proprio il caso di invitare la sua ospite a fermarsi per la notte. La casa era tanto grande e non ci sarebbe stato nulla di sconveniente se una giovane donna semi congelata, abbrutita dalla stanchezza e dalla fame (che li avesse davvero mangiati lei tutti quei sandwich?) e dalle conseguenze di una brutta avventura con un pericoloso monello di strada avesse dormito sotto il tetto di uno scapolo. Per quanto impenitente, donnaiolo e anticonformista quello scapolo fosse.

Qualcosa di sconveniente ci sarebbe stato, a pensarci bene, se la necessità non fosse stata tanto stringente…..
”Dormite?” chiese lui in un sussurro, per paura di disturbarla.

Lei mosse appena le palpebre e gli sorrise.

Lui sentì un fremito…no, una scossa potente corrergli giù zigzagando per la schiena ed insinuarsi poi in tutto il corpo. Appoggiò il capo alla spalliera del divano, emise un lungo sospiro e chiuse gli occhi. Se qualcuno l’ avesse visto in quel momento, con quella espressione sognante e un po’ infantile sul viso, avrebbe pensato semplicemente che quell’uomo in balia dei sentimenti non fosse lui, ma un suo fratello gemello.

Sir Gregory si passò una mano tremante nei lunghi capelli scuri, e improvvisamente atterrito al pensiero che lei fosse stata solo un’allucinazione, si girò verso Magdalène. Che era ancora lì, e che ancora sorrideva.

Dio ti ringrazio.

Il sangue riprese a corrergli nelle vene.

Se tutte le mattine, prima di iniziare le sue lunghe e faticose giornate, prima di essere sommerso dagli impegni, dalle responsabilità, dalle mille domande e decisioni che gravavano su di lui, avesse potuto nutrirsi di quel sorriso? Se avesse potuto catturarne con un piccolo, delicato bacio, la forza e la serenità che da esso scaturivano?
Sposarla? Voleva veramente chiedere ad una sconosciuta di diventare sua moglie?

Sognare si poteva ancora, dopo tutto.

Come se già fosse stata una di quelle meravigliose mattine, con un’ espressione sul viso che lui stesso avrebbe catalogato come idiota, Sir Gregory si chinò e baciò delicatamente quelle labbra che gli sorridevano.

E attese.

Una qualsiasi reazione. Un ceffone, un indignato come vi permettete, signore! Un rossore diffondersi su quel dolce viso, una fuga immediata della donna dalla sua casa.
Ma non successe niente.

Il respiro di Magdalène sembrava tranquillo, regolare. In pace.
Che dormisse?

Decisamente, profondamente.

Quella palese conclusione fece sgorgare spontanea una domanda.
Sarebbe stato disonorevole approfittare di una giovane stremata e addormentata?

Sir Gregory era molto bravo a trovare le argomentazioni giuste quando voleva convincersi di aver ragione.

E in quella circostanza, convincersi delle proprie ragioni sarebbe stato assolutamente necessario.
Fissando a bocca aperta Magdalène cominciò a riflettere.

Prima argomentazione.

Non si riteneva un gentiluomo, o almeno non si riteneva un comune gentiluomo. Nella sua scala di valori, il suo posto era molto, molto più in alto.

Seconda argomentazione.

Godendo di una posizione altolocata nella suddetta scala, non riusciva a trovare alcuna remora morale o valida ragione che lo costringessero a rispettare le regole. Almeno, certe regole, e mai in casa sua.

Quindi… A ben pensarci non aveva alcun motivo per non approfittare dell’occasione.

Soddisfatto di quel verdetto inappellabile, emise un profondo sospiro, fissò per qualche istante la bocca appena socchiusa ed estremamente invitante della bella addormentata e senza pensarci ulteriormente la coprì con le sue labbra, con una voluttà cui lui stesso non era preparato.

Pur continuando a dormire, o facendo forse finta di dormire, Magdalène emise un gemito sottile e si leccò appena le labbra, come se volesse scoprire cosa l’avesse sfiorata, dando fuoco con la punta delicata della sua lingua alla santabarbara che si celava in Sir Gregory.

Davvero Magdalène non avrebbe mai creduto di avere un tale potere. L’uomo, immediatamente, si incendiò ed esplose.

Aveva chiaramente esagerato nel provocarlo e sapeva fin troppo bene dove la sua incoscienza l’avrebbe condotta: o a battere velocemente in ritirata o a prepararsi a un combattimento iniquo. Non ebbe il tempo di scegliere.

Perché quando le labbra di Sir Gregory avvolsero le sue con preoccupante ardore; quando le braccia di Sir Gregory si strinsero a lei e incominciarono a carezzarla possessivamente; quando la sua voce, di colpo roca e accesa dalla passione, cominciò a invocare il suo nome; e quando infine con tutto il suo corpo lui le fu sopra, Magdalène si rese conto di non essere poi così sicura di volerlo respingere. Era la prima volta che baciava l’uomo che stava per derubare. Era la prima volta che l’uomo che stava per derubare l’avrebbe posseduta. O meglio: che un uomo l’avrebbe posseduta.

“Magdalène”….

Ancora quell’invocazione….

Gli rispose semplicemente “sì”.

Le rispose semplicemente “mia”.

Poi le parole raggiunsero la perfezione del silenzio e non ebbero più senso, divennero solo la confusa punteggiatura delle loro azioni e del loro piacere.

Sir Gregory si sentiva come il bambino ricco che non era mai stato, chino sotto l’albero di Natale (non era in fondo il periodo giusto?) e circondato da mille giochi tra cui non sapeva decidersi. Non riusciva a staccarsi dalla bocca di Magdalène, proprio non voleva saperne di interrompere quell’ eccitante contatto. Quindi, dovette imporselo. Staccò le labbra quasi con un lamento, ma trovò subito consolazione gettandosi come un affamato sul collo della donna. Di colpo trovò il manoscritto che stava leggendo poco prima dannatamente erotico. Affondò gentilmente i denti nel punto in cui un’arteria di Magdalène pulsava vivacemente, finchè non sentì gemere la donna di passione, o di sconcerto? L’aveva forse spaventata? Allentò la presa, la baciò e si dedicò ad un’impresa più complessa: sbottonarle la camicetta.
Dannazione!

Lui odiava le camicette! Chi diavolo le aveva inventate? Non certo un uomo! Questa, ad esempio, era accollatissima e diabolicamente chiusa sul dorso da un numero infinito di bottoncini che gli sfuggivano continuamente dalle dita.

Non si diede per vinto.
”Siediti”, le intimò, con una serietà eccessiva.

E lei docilmente ubbidì.
Sir Gregory combattè strenuamente, finché l’odioso indumento perse la sua battaglia per la moralità e finì nel fuoco.

“Quando sarai mia moglie – sussurrò a Magdalène mentre le baciava la schiena– non potrai indossare che abiti da sera, scollatissimi…”

“Perché mai, dovrei?”, mormorò lei rabbrividendo al tocco delle sue mani che ormai le avevano aperto il bustino e circondato il seno.

“Perché ogni parte del tuo corpo possa essere facilmente raggiunta dalle mie mani, e soprattutto dalla mia bocca.”

Dicendo questo, l’aveva girata di colpo e dopo averla fatta sdraiare nuovamente sul divano aveva preso a tormentarle i capezzoli con la lingua e con i denti finchè lei non lo aveva fermato.

“Aspetta!”

Lui l’aveva guardata con stupore. “Ti ho fatto male?”

Tutto le aveva fatto, tranne che male. Magdalène scosse la testa:
”Voglio solo che tu mi prenda subito, Sir Gregory. Subito”.

E per quanto quella richiesta nascesse dalla passione e dal desiderio di conoscere finalmente l’amore fisico, non potè evitare di scoppiare a ridere.

“Perché ridi, Magdalène?” le domandò lui mentre cercava freneticamente di liberarsi dai propri indumenti.

“Perché ti ho chiamato pomposamente Sir Gregory, come ci trovassimo in un salotto, o ci fossimo appena incontrati per strada. Mentre tu, invece, mi stavi facendo delle cose non proprio da Sir….”

Lui scoppiò a ridere a sua volta, ma proseguì determinato il suo cammino verso la seduzione.

Lei smise. Di ridere e di parlare.

“Uhmm”…

Le aveva tirato la gonna sopra i fianchi e stava baciando il breve tragitto che separava il bordo delle calze dalla sua …
”Continua a parlare Magdalène, dimmi se ti piace....” La sua voce era tornata bassa e roca, i suoi occhi famelici.

“Non posso parlare, mi stai...uccidendo, Sir Gregory.” Con un filo di voce e un respiro sempre più affannato continuò: ”Credo che tutte le volte che faremo l’amore ti chiamerò Sir Gregory, è …uhm…estremamente eccitante. Uhm. E questo lo è ancora di più…”

Ormai nessun indumento separava la bocca e le mani di Sir Gregory da lei. Voleva darle godimento, prima di prenderla. E non per semplice altruismo, al contrario. La sua era una necessità primordiale di possesso e di dominio, la voglia incontrollabile di soddisfare, attraverso il piacere di lei, la propria primitiva vanità di maschio. Anche tra le gambe di una donna, Sir Gregory pretendeva il controllo totale. Lo avrebbe avuto, con Magdalène? Qualcosa gli diceva fastidiosamente di no.

I gemiti di Magdalène stavano drammaticamente aumentando di intensità. Poi si interruppero.

”Sir Gregory”, fece bruscamente Magdalène.

Il viso dell’uomo sbucò dalle gonne. Stravolto e…un po’ comico. E con un enorme punto interrogativo disegnato sul naso.

“Ti devo confessare una cosa…” continuò lei.

A Sir Gregory non piacevano le confessioni, soprattutto quando interrompevano o pregiudicavano il suo piacere. E di questa, in particolare, non si fidava.

“Proprio in questo momento?”, chiese
”E’....importante”.

Sir Gregory alzò con sospetto un sopracciglio e si sistemò in modo tale da poterla guardare negli occhi ed ascoltarla, e nello stesso tempo continuare a toccarla dove ormai sapeva che più le piaceva.

Sorrise maliziosamente per aver trovato una soddisfacente soluzione a quel fastidioso intermezzo verbale. Lei si appoggiava sui gomiti, la testa all’indietro, il busto nudo e invitante. Cercava di parlare, senza riuscirci. Continuando a toccarla lui le si inginocchiò di fianco e cominciò a baciarla tra i seni, e mentre la baciava chiese:

“Dimmi, Magdalène, cosa vuoi che ti faccia?”
Un altro gemito di piacere.

Voglio entrare in lei all’apice del suo piacere. E dargliene altro.

“Sir Gregory…”

Lui le sfiorò con le labbra la pelle delicata del ventre, che a quel tocco leggero si contrasse, sicuro di avere di nuovo il controllo della situazione.
O almeno così credeva.

“Ciò che volevo dirti è che ….”

Lui ebbe la sicurezza che quella rivelazione non gli sarebbe piaciuta.

”…sei il primo.”

Ecco, glielo aveva detto.

La notizia provocò in Sir Gregory una curiosa reazione. Si immobilizzò e forse si dimenticò di respirare perchè

fu colto da un inopportuno attacco di tosse. E, forse proprio a causa del movimento che la tosse impresse alla sua mano, finalmente e disperatamente lei gemette. Un ultimo, devastante, molto espressivo gemito.

Tossendo scompostamente, Sir Gregory si risvegliò dalla sua fantasia, appena in tempo per chiedersi se quel gemito fosse stato reale. Guardò Magdalène che, il capo inclinato e la bocca socchiusa, quella bocca che nel sogno aveva infiammato il suo ardore, sembrava ancora dormire. Dormire? No, lui non si sbagliava mai. Quello era il viso radioso di una donna che aveva appena goduto. Come confondere quello con un normale sorriso? Come confondere quelle delicate, minuscole goccioline che le bagnavano la fronte e il labbro superiore, con il più comune e volgare sudore?

Certo, sarebbe stato imbarazzante chiederglielo direttamente:

Magdalène, hai per caso appena avuto un orgasmo?

Eppure, nonostante quella domanda non venne mai posta, per qualche misteriosa e dispettosa ragione Sir Gregory comprese che la fantasia da cui era uscito totalmente insoddisfatto –come era chiaro dalla sua evidente quanto spiacevole e tuttora permanente eccitazione fisica- non l’aveva vissuta da solo.

Lei spalancò gli occhi. Lo guardò e arrossì.

E’ successo veramente, Magdalène? Le chiese silenziosamente lui.

Lei accennò un con la testa. A te e a me. Insieme.

Allora era vero.

Inspiegabile, ma vero.

Insieme avevano vissuto quella immaginaria follia erotica, ed ora erano troppo sconvolti per riviverla nella realtà.

Per dire il vero, Magdalène avrebbe voluto alzarsi e abbracciarlo. Passargli le mani tra i capelli scuri. Baciarlo con passione, sentire le sue mani accarezzarle il corpo. Offrirsi interamente a lui. Ma se nel sogno, nel loro bellissimo sogno, si era sentita totalmente libera di ingannarlo, nella vita reale non avrebbe potuto farlo. Nella realtà doveva resistere all’impulso di amarlo.

Forse, un giorno, quando la sua vita fosse stata diversa, quando non avesse più dovuto rubare e cambiare continuamente città per soddisfare la propria ossessione, quando il desiderio di un’ esistenza normale fosse prevalso sulla follia, sarebbe tornata a Londra, da lui. E forse lui la avrebbe accolta tra le sue braccia senza farle domande.

Magdalène non si alzò dal divano, ma rimase con le mani in grembo a nutrirsi di lui. A imprimere nella sua mente ogni immagine che avrebbe alimentato il ricordo del loro incontro. Lo guardò tirare il cordone del campanello e poi parlare con Roop. Ordinare che l’appartamento giallo venisse preparato per lei, che il fuoco venisse acceso nel camino, che una cameriera fosse messa a disposizione di Mademoiselle Chanier, che l’acqua fosse riscaldata per il bagno.

Magdalène chiuse gli occhi gioiendo intimamente di quelle parole, della calda emozione che stavano donandole, della sicurezza che lui le infondeva, del profumo che emanava da lui, lo stesso profumo che sentiva su di sé. Lui … era così confortante avere nel cuore un lui cui affidare la propria vita. Se solo avesse avuto il coraggio di fidarsi, di raccontargli tutto, di chiedere il suo aiuto, forse…. Forse. No, ci sarebbero stati troppi forse da superare, troppe spiegazioni da dare.

E se dopo avergli confidato i suoi più terribili segreti, lui l’avesse consegnata alla polizia?
Non mi denunceresti, vero, fammi capire che non lo faresti.

In quel momento lui la guardò, e le sorrise.

Non lo faresti ,amor mio. Eppure …

Perché non riusciva a respirare? Perché aveva il viso bagnato, e non dei suoi baci?

Quando Roop se ne fu andato, lui prese una sedia e si sedette di fronte a lei. Non parlò, ma rimase a fissarla con quegli occhi scuri che le sarebbero rimasti per sempre impressi nella memoria e nel cuore.

Imploravano da lei una spiegazione. Le chiedevano del passato, del presente, del futuro. Del loro futuro.

Lei non aveva risposte. Non poteva spiegargli cosa fosse accaduto fra loro quella sera o cosa avrebbe potuto riservare loro il domani. Avrebbe potuto soltanto mostrargli le sue lacrime ed elencargli delle nude verità, con la brutalità che fino a quella sera aveva sempre contraddistinto la sua vita.

Avrebbe potuto dirgli che aveva pagato un monello per rubargli la borsa. Che quella maledetta borsa era stato il grimaldello che l’aveva introdotta in casa sua. Che quella notte sarebbe uscita in punta dei piedi dalla sua stanza e che, dopo essere entrata in biblioteca, avrebbe silenziosamente tolto dalla parete il quadro dietro cui si celava la cassaforte murata. Che avrebbe rubato denaro e gioielli e che poi sarebbe scappata. Senza far rumore, senza lasciare tracce, ma solo due cuori a pezzi. Avrebbe infine potuto dirgli che il rimpianto l’avrebbe perseguitata per tutta la vita. Ma a cosa sarebbe servito?

Le tremavano le labbra, e continuava a piangere. Lui le accarezzò con delicatezza il viso, le asciugò le lacrime e le prese una mano. Che coprì di baci prima di portarsela alla guancia, come se da quella carezza potesse trarre la forza necessaria per superare il giorno successivo, e quello dopo ancora, e ancora quello dopo, e ancora….

La pendola suonò le 9.

Tenendola per mano, la guidò su per le scale fino alla porta dell’appartamento giallo. Le diede un dolce, timido bacio sulla fronte e le augurò con un sorriso triste “Bonne nuit,ma chérie”.

Mentre entrava nella camera, Magdalène sentì delle parole confuse, poco più di un mormorio:
Tu es mienne, tu reviendras”, tu sei mia, ritornerai.
Non era certa che fossero proprio quelle, ma, appoggiandosi contro la porta che ormai separava le loro vite rispose come se quelle fossero state.

Non, mon amour, jamais je ne reviendrai”, no, amor mio, non tornerò mai più.

E pianse.

Pianse fino a quando una cameriera piuttosto sorpresa e allarmata non le augurò la buonanotte.
Magdalène guardò fuori dalla grande finestra della camera il bianco accecante della neve, seguendo con il dito il delicato merletto di ghiaccio che si era formato sul vetro. Rabbrividì, ma l’illusione che
Gregory, Sir Gregory, la amasse le riscaldò immediatamente il cuore. Sarebbe stato disposto a perdonarle il suo passato, a capire la sua follia, a proteggerla?

Fu avvolta dal tepore dell’illusione e per un momento volle disperatamente credere nell’impossibile, riaccendere la fiamma della speranza. Si accoccolò sotto le coperte mentre la brace nel camino si andava lentamente spegnendo.

Avrebbe fatto freddo quella notte. Ma non per lei.