sabato 31 ottobre 2009

Ecco cosa troverete qui....


Ben tornate - o benvenute - sul mio blog

Se volete leggere qualcosa di mio, potete trovare un capitolo del romanzo che sto scrivendo, che per il momento ho intitolato The Scarlet Lady. Sono quasi alla fine...
Nell'indice, sotto il mese di marzo, potete invece trovare i capitoli iniziali di Zitta e ferma Miss Portland, che avevo pubblicato a puntate all'inizio dell'anno....

E se per caso anche voi amate scrivere, vi ricordo che sul blog
abbiamo inaugurato un nuova rubrica dedicata a chi scrive, intitolata
New pens for romance.

Ciao, se anche voi siete su Face Book, venitemi a trovare.
Un abbraccio
Georgette Grig



THE SCARLET LADY ...Un capitolo a caso



Sebastian voleva che quello fosse il momento, credeva, almeno, che lo fosse. Dobbiamo parlare le aveva detto. Ma era una menzogna. Era altro che voleva da lei. Per parlare, come forse lei si aspettava, era troppo nervoso, troppo distratto, per non dire a disagio. Perché ogni volta che la guardava non riusciva a pensare ad altro che al momento in cui l’avrebbe finalmente avuta. A come l’avrebbe avuta. Non che quest’ultimo particolare avesse molta importanza. L’attesa, infatti, l’aveva portato non tanto a fantasticare sull’aspetto romantico della cosa, quanto su quello più fisico e primordiale. Era troppo vivo in lui il ricordo di come l’aveva baciata, dieci anni prima, e soprattutto di dove l’aveva baciata. E di come lei aveva risposto e reagito ai suoi baci. Dio! Che stupido era stato a non capire, ad abbandonarla al suo destino senza lottare. O quasi.

Anche se faticava ad ammetterlo, non era un sogno romantico, il suo, ma un desiderio di possesso. Totale e assoluto. Non considerava Madeline come un capriccio da soddisfare, per poter dire a se stesso di averla avuta, di avere finalmente portato a termine quanto iniziato tanto tempo fa. Ma una conquista per la vita.

Per.

Sempre.

Sempre, la parola che non aveva neppure mai osato pronunciare davanti ad una donna, ora sembrava non essere dopotutto tanto spaventosa. Sembrava del tutto naturale ed appropriata.

Era stata una strana giornata, quella. Osservare Madeline nella casa dove era cresciuto e dove probabilmente sarebbe invecchiato lo aveva condotto lungo i pericolosi sentieri dell’immaginazione. Come sarebbe stato svegliarsi ogni mattina di fianco a lei? Sentire ogni giorno il suo profumo? Accarezzare i suoi capelli morbidi e neri ogni sera? Avere il suo corpo ogni notte?

In quel preciso istante, mentre coprivano insieme la breve distanza che li separava dalla sala del biliardo, era proprio quanto sarebbe accaduto ogni notte ad attizzare maggiormente la sua fantasia.

Come un cane da caccia fiuta la preda, Sebastian colse il profumo di Madeline, quel profumo che sembrava accompagnarla sempre e che sapeva di agrumi.

Chiuse gli occhi e inspirò profondamente, provocando in lei una reazione di ironica perplessità:

“Vi sentite bene, my lord? Forse avete bevuto troppo? Magari sarebbe meglio rimandare a domani la nostra conversazione?”

“No Madeline, non la rimanderemo a domani. Ed io… non mi sono mai sentito meglio.”

Erano ormai nella sala da biliardo.

“Meglio così, my lord. Non vorrei che accampaste delle scuse sul vostro precario stato di salute quando dovrete accettare la sconfitta che mi preparo ad infliggervi”.

“Credete di potermi battere, Madeline? Ne siete proprio certa?”
Si girò e chiuse la porta. La chiave girò nella toppa.

Lei non disse niente, ma si limitò a guardarlo non tanto sorpresa o preoccupata, quanto divertita. Come se lui l’avesse sfidata, e lei avesse accettato la sfida. Prese dalla rastrelliera una stecca e la valutò attentamente.

Era così bella e naturalmente provocante che non riusciva a toglierle gli occhi di dosso. E nello stesso tempo sembrava essere perfettamente a suo agio, fatta per vivere fra quelle antiche mura, accanto a lui. Gli era parso così normale vederla conversare amabilmente con i suoi genitori, come se fosse un’abitudine quoitidiana. E papa et maman a loro volta l’avevano trattata con un affetto e una simpatia che non riservavano a tutti. Probabilmente –pensò sorridendo - perché i pettegolezzi sulla loro liaison li avevano preceduti.

Maman già si immagina circondata da nipotini da viziare!

Come posso darle torto? Anche lei deve aver visto in Madeline la donna giusta per me. E mio padre? Deve essersi sentito sollevato: ho trentacinque anni, ormai, e delle responsabilità precise. Non ultima, quella di dare al casato il prossimo erede.

Mentre rigirava con aria esperta tra le mani la stecca, Madeline sembrò curiosamente leggergli nel pensiero. Con aria innocente, disse: “In quanto alla nursery, my lord, sembra che la duchessa vostra madre stia pensando di riaprirla presto. E di rinfrescare l’appartamento comunicante con il vostro.”

“Davvero?” rispose Sebastian proseguendo sul medesimo tono ironico.

“Voi non conoscete il motivo di tali progetti, vero?”

Sbattè esageratamente le ciglia, sempre interpretando il ruolo della ingenua.

“Perché mai dovrei, Madeline?”

L’aveva raggiunta con due sole falcate, come una fiera pronta a colpire. E la guardava divertito, pronto a lanciarsi su di lei.
Madeline pensò fosse più saggio allontanarsi. SI diresse al tavolo da biliardo. Le braccia incrociate sul petto, lui rimase immobile a fissarla mentre con grazia e abilità disponeva sul tavolo le biglie.

“Secondo Nelly, la femme de chambre che vostra madre gentilmente mi ha messo a disposizione, si dice che presto prenderete moglie.”
”Davvero?” ripetè Sebastian con l’espressione stupita di un putto dipinta sulle sue belle labbra di belva affamata.

“E non avete ancora sentito il meglio, vostra futura grazia…”
Lui si mise a ridere. Gli piacevano le donne di spirito. Che sapevano prendersi gioco di lui, almeno quando era lui a permetterglielo.

La osservò prendere la stecca e allungarsi sul tavolo per colpire la prima biglia.

Il suo cuore mancò un battito, anzi due. La visione inattesa di quel corpo sensuale e disponibile che si stendeva sul biliardo, di quel bellissimo derrière che gli si offriva senza alcun pudore alla vista, gli tolsero il respiro. Sì. Quella donna, la donna della sua vita, era Madeline. Doveva essere lei. Per quale inesplicabile, impossibile ragione, altrimenti, si sarebbe sentito tanto determinato e in preda ad una fastidiosa agitazione che non era semplice eccitazione fisica?

Era un desiderio più completo, quello che provava. Più subdolo e passionale. Fastidioso e prepotente. Era una devastante smania di possederla. Totalmente. Corpo e mente. Presente e futuro. Se avesse potuto tornare indietro nel tempo, avrebbe preteso anche il suo passato.

SI sentiva preda di una frenesia esaltante e primitiva, onnipotente e …. del tutto incurante della volontà di Madeline.

La volontà di Madeline…

Deglutì, respirò profondamente e cercò di concentrarsi sulla loro conversazione.

“Aspetto con trepidazione di conoscere il meglio, Madeline.”
”Sarà per me un onore, my lord, rivelarvelo. Sappiate, allora, che dalle cucine ai piani nobili di Belrham Court circola un solo nome riguardo alla futura duchessa. E credo a causa di pettegolezzi di recente giunti da Londra.”

“Un solo nome, dite? La mia reputazione di tombeur de femmes….”

“…di donnaiolo incallito, vorrete dire…”

“… ne uscirà completamente rovinata!”

“Dovrei compatirvi per questo, Lord Cumberlane?”

Lui le sorrise. E si avvicinò. La loro conversazione, frizzante e sarcastica, non lo aveva distratto dai pensieri che ancora lo stavano tormentando. Come la terrorizzante e fastidiosa sensazione che lei potesse rifiutare di corrispondere il suo stesso desiderio, quella passione che lo stava subdolamente annientando.

Impossibile.

Forse non immediatamente, ma vi si sarebbe sottomessa, come ci si sottomette inevitabilmente alle forze della natura, con timore, forse, ma anche con riverenza. Avrebbe accettato, nonostante le sue folli idee sul matrimonio, di sposarlo. E molto presto.

Ma non aspetterò il matrimonio per averti, Madeline. Non mi comporterò da gentiluomo, questa volta.

Era certo che la forza primitiva che sentiva crescere in sé lo stesse guidando verso una sicura vittoria.

“Sì, nonostante la vostra dubbia reputazione, circola un solo nome, Sebastian. Non indovinate quale?”

“Forse il vostro?”

“Molto sagace, vostra futura grazia.

Il sorriso di Sebastian lasciò il posto ad un’espressione intensa, di sfida.

“E ciò vi dispiace, Madeline?”
”Sì, dal momento che non è vero. Che ci sposeremo, intendo. Sono convinta che questa situazione creerà imbarazzo e incomprensioni tra me e i vostri genitori, Sebastian. Sarebbe meglio se spiegaste al duca e alla duchessa che tra noi non c’è nulla.”

Detto ciò, si girò verso il biliardo e pretese di studiare la sua mossa.

Ignara dei pensieri che tormentavano il suo avversario di gioco, Madeline colpì con precisione e seguì il cammino della boccia sul tavolo verde. Quando la palla si fermò, disse:

“A voi, my lord” .

La stecca stretta tra le mani, un’espressione ironica sul viso leggermente arrossato per lo sforzo, Madeline sembrava soddisfatta di se stessa.

Il biliardo era l’ultimo dei pensieri di Sebastian. Era stato la scusa per rimanere solo con Madeline. Che a Belrham Court si facessero pettegolezzi sul loro matrimonio non era un gran problema. Sedurre Madeline era il vero, unico problema su cui la sua attenzione in quel preciso momento si stava focalizzando. Deglutì, come messo alle strette. Strinse la stecca fra le mani, prese posizione e colpì con disinvolta abilità.

“Bel colpo, my lord”, disse Madeline, battendo le mani. Poi si preparò a colpire di nuovo. Indugiò qualche secondo e prese la mira.

“E se non fossero solo pettegolezzi, Madeline? Se la nursery potrebbe servirci, dopotutto?”

“Scherzate, vero, Sebastian?”
Ancora.

La visione del corpo della donna allungato sul tavolo verde lo distrasse ulteriormente dalla conversazione e lo tentò ancora.

Lo fai apposta, a provocarmi, Madeline?

Questa volta non seppe resistere. Le si avvicinò silenziosamente fin quasi a sfiorarla.

Inconsapevole di quanto lui le fosse vicino, lei fece scivolare con un colpo secco la stecca fra le dita, colpì la biglia e rimase immobile ad osservarla mentre rimbalzava contro quella di Sebastian.

Un ottimo colpo, che Madeline sottolineò con un piccolo urlo di approvazione e un: “Non vi aspettavate che fossi una così valida avversaria, vero Sebastian?”

“Al contrario, Madeline. Ma non illudetevi di vincere. Non ve ne darò la possibilità.”

Un’ improvvisa sensazione di pericolo si impadronì di lei.
Che lui non stesse riferendosi al gioco era lampante.

La sua voce era roca, bassa, determinata. E inspiegabilmente vicina. Madeline sentì un brivido correrle lungo la schiena e un pericoloso languore crescerle nel ventre e scendere ancora più in basso. Il cuore si dimenticò di battere un colpo.

Se vincerai, pagherai cara la tua vittoria. Io combatterò, fino alla fine.

Si rialzò dalla posizione di tiro, e fu in quel momento che comprese di essere bloccata. Di fronte era il tavolo da biliardo a impedirle di avanzare. Dietro, era Sebastian a chiuderle ogni via di fuga. E non era difficile capire con quali intenzioni.

Non farlo, per l’amor di Dio, non tentarmi.

Le girava la testa, non riusciva a ragionare. Stava perdendosi nel calore del corpo di Sebastian, nel suo profumo, nel suo respiro.Se si fosse lasciata andare, se avesse abbassato le difese, lui l’avrebbe stretta, e poi…. Le avrebbe fatto provare ciò di cui Madeline sentiva sempre più forte il bisogno e che mai più, dopo quella notte con lui, aveva provato. Aveva rincorso per dieci lunghi anni quella sensazione magnifica, sperando inutilmente che fosse suo marito a farla rivivere dentro di lei. Una sensazione che poteva ancora sentire impressa sul suo corpo e che solo Sebastian aveva saputo donarle. Una sensazione di meraviglioso abbandono, di totale fiducia cui stava suo malgrado cedendo. Quell’uomo sapeva come esercitare il suo potere su di lei.

Invece di piegarsi agli ordini che provenivano dalla ragione, stava rispondendo pericolosamente ai segnali che lui le stava inviando, al suo desiderio, alla sua feroce sensualità. Stava consegnandosi a lui.

No.

Non si sarebbe arresa tanto docilmente.

A lui, che nel frattempo aveva appoggiato le mani sul bordo del biliardo e la teneva prigioniera in un abbraccio simbolico: i loro corpi non si toccavano, ma Madeline sapeva che presto,

se non avesse fatto qualcosa, qualsiasi cosa per evitarlo, avrebbero preso fuoco. La tentazione di abbandonarsi contro il corpo forte ed esigente di Sebastian era quasi dolorosa. La tentazione di girarsi per vedere riflesso nei suoi occhi il suo stesso desiderio, una crudele tortura che le avrebbe negato l’ultima possibilità di fuga. Le loro bocche sarebbero diventate una cosa sola. E poi….

Pensò assurdamente che lei avrebbe perso la scommessa e dovuto pagare pegno. E il Cielo solo sapeva cosa sarebbe potuto succedere se fosse rimasta sola con Sebastian per dieci ore.

Ma se si fosse lasciata baciare, non solo avrebbe perso la scommessa. Avrebbe perso la sua libertà.

Lasciò la stecca e si attaccò con tutta la sua forza al bordo del biliardo. “Cosa state facendo, Sebastian?”
Si accorse che la sua voce tremava, come il suo corpo.

“Sto ammirando il vostro delizioso collo. Non ho mai visto un collo tanto morbido e desiderabile.” Il respiro di Sebastian, fresco e profumato di whiskey sulla pelle, la fece sussultare.

E quando le labbra di sua signoria si posarono avide sulla sua nuca e incominciarono a scendere soffici e voluttuose lungo la linea del collo verso la spalla, Madeline ebbe la pessima idea di trattenere il respiro e inclinare la testa dal lato opposto per lasciare che lui proseguisse indisturbato il suo cammino. Più che un incoraggiamento, una resa totale.

“Cosa state facendo, Sebastian?”
Ripetè, in un sussurro quasi disperato, le gambe ormai piegate dal peso dei suoi baci.

“Lo sai quello che sto facendo. E sai cosa faremo, tra poco. Tu ed io. Come deve essere. Non voglio più aspettare. Madeline, non posso più aspettare.”

Lei si lasciò sfuggire un gemito. Un segno della sua imminente resa che alimentò ulteriormente –come se ce ne fosse bisogno - il fuoco che ardeva in Sebastian. Lui emise un lungo sospiro e le sue labbra presero a mordicchiarla.

Noi non faremo niente, Sebastian.”

Incurante delle parole poco incoraggianti della donna, lui riprese a parlare:
“Dopo aver ammirato il tuo bellissimo, delicato e candido collo – mormorò intercalando ogni parola con baci che non lasciavano dubbi sulle sue mire- ho intenzione di proseguire lungo le spalle e risalire sino al viso, così….”
Ora le sue mani non erano più appoggiate sul biliardo, ma la stavano stringendo, accarezzandole dolcemente il ventre. Ora stavano risalendo….

Lei le prese tra le sue, cercando di fermare quella follia. Ma erano mani grandi, e forti, e calde, e ormai erano già sul suo seno e stavano giocando slealmente con i suoi capezzoli.

Dannazione a lui! Non era così che doveva andare. Cosa sarebbe successo della sua vita se avesse ceduto al desiderio e fatto l’amore con lui? Se gli avesse concesso di possederla, anima e corpo?

Nell’ultimo tentativo di difendersi chiese:

“E’ per questo che mi avete portato a Belrham Court, my lord, per sedurmi? Avevate proprio bisogno di un’altra conquista da aggiungere al vostro lungo elenco?”

Ma dicendo così non si negava a lui, al contrario stava abbandonandosi totalmente a lui. I loro corpi erano stretti, i loro visi si toccavano e lei poteva percepire chiaramente quanto lui la desiderasse.

“Non voglio sedurti. Voglio fare l’amore con te, questa sera e ogni giorno che verrà. Voglio recuperare il tempo che ci hanno rubato. Ma soprattutto, ora, voglio baciarti, Madeline. Sono anni che sogno la tua bocca, il sapore delle tue morbide labbra.”

A queste parole, lei vacillò e non riuscì a controllare un gemito.

Che lui prese come una palese dichiarazione di resa.

Sicuro della sua imminente vittoria, tentò di farla ruotare su se stessa, ma lei, in un ultimo sforzo di volontà, rimase saldamente ancorata al tavolo e non glielo permise. Cercò un appiglio, un’ ancora di salvezza cui aggrapparsi saldamente per riemergere da quelle acque tumultuose, dove sarebbe volentieri affogata. Con un estremo sforzo, riconquistò faticosamente il dominio di se stessa e con voce divertita, stonata in quel momento incendiato dalla passione, disse:

“Eh no, non mi bacerete, my lord, non perderò tanto facilmente la scommessa. Sarete voi a perderla!”

Anche lui si mise a ridere, in parte sollevato dalla piega ironica che aveva preso la loro conversazione: nello stato di assurda, ingorda eccitazione in cui si trovava avrebbe anche potuto commettere una sciocchezza. Costringerla a… No non lo avrebbe mai fatto.

“E’ per non perdere la scommessa che mi stai resistendo, Madeline?”, chiese come se stessero parlando di una corsa di cavalli. “Se ti lascerai baciare, ti concederò comunque la vittoria, e raddoppierò il tempo della mia penitenza. Lo triplicherò, anzi, e farò ciò che mi chiedi senza protestare. Ma ora, lasciati baciare…”
Le sue labbra stavano mordicchiandole il collo, i lobi delle orecchie e le spalle, leccando e succhiando con tale voluttà che le forze di Madeline ancora una volta vacillarono. Mentre con il pollice della mano sinistra Sebastian le accarezzava le labbra e la cicatrice sul mento (“adoro la tua piccola cicatrice” le aveva sussurrato) con la lingua adesso le tormentava l’angolo della bocca.

Un altro promettente gemito di Madeline riportò sua signoria allo stato di primordiale eccitazione da cui la sua stessa ragione aveva tentato pochi secondi prima di metterlo in guardia.

La prese per la vita e tentò di farla ruotare su se stessa.

Ma lei si mise a ridere. E non cedette. Disse invece:

“Se adesso acconsentissi a baciarvi, accettereste dunque di ubbidirmi ciecamente per trenta giorni?”

“Per tutta la vita….Voglio la tua bocca, Madeline. Adesso.”

”E un bacio, un semplice bacio, placherà il vostro desiderio?”
Sicuro che lei stesse cedendo, di averla ormai in pugno, la voce sempre più roca, rispose: ”No Madeline. Non placherà né il mio né il tuo desiderio….Ti voglio, e non posso più aspettare….”
Chissà per quale curioso motivo Madeline trovò all’improvviso la situazione buffa. Forse perché, se lui avesse continuato a spingerla contro il biliardo, presto ci sarebbero rovinosamente caduti sopra entrambi, in modo più comico che sensuale. Forse perché assaporava la penitenza cui lui avrebbe presto dovuto sottostare se non si fosse lasciata baciare. Forse perché già pregustava la sua espressione attonita quando l’avrebbe lasciato lì, da solo, a raffreddare il proprio ardore e a sbollire la sua rabbia. Un uomo deluso e inappagato poteva diventare pericoloso, ma anche estremamente ridicolo.

“Allontanati, Sebastian.”
Era un ordine, secco e preciso, quello di Madeline, ma nella mente arrogante ed eccitata di Lord Cumberlane si trasformò nel suono dolce di mille promesse proibite.

“Adesso”, aggiunse Madeline allontanando da sè le sue belle mani che la stavano tentando in mille modi, che erano tornate a giocare prepotentemente sul suo seno e sul suo ventre, che si erano spinte dannatamente in basso…

…e se gli cedessi?

Poi, irrigidendosi un poco, sempre dandogli le spalle, attese risoluta che lui si piegasse al suo volere, che accettasse la sua decisione, che si allontanasse da lei. E così lui fece, con una lentezza che lei giudicò crudele e tentatrice. La sciolse dal suo abbraccio, come se qualcuno o qualcosa lo stesse strappando dal paradiso. Poi fece due increduli, titubanti passi all’indietro, i più gravosi e faticosi di tutta la sua vita, quasi non riuscisse a comprendere per quale misteriosa e crudele ragione la completezza per anni cercata ed inseguita gli fosse stata in pochi istanti promessa e poi negata.

Non sentire più il confortante e virile calore di Sebastian contro il suo corpo fu per Madeline come una ingiusta e crudele punizione, cui la sua più intima natura si stava ribellando. Ma era un sacrificio necessario, una mortificazione inevitabile per raggiungere la sua libertà. Mai e poi mai sarebbe stato il lato del suo carattere più incosciente, primitivo e troppo, decisamente troppo, incline alla passione ad avere il sopravvento. SI sarebbe affidata solo alla sua mente. E Sebastian avrebbe trovato un posto nella sua vita, solo quando lei lo avesse deciso. Se fosse stata la sua mente a decidere, non il suo inaffidabile ventre!
Cercò di calmarsi. Di non pensare al calore di Sebastian, alle sue labbra, alle sue mani.

Non ci risucì.

Ciononostante, cercando di nascondere la sua fragilità dietro a quei gesti rassicuranti, si sistemò la scollatura, si lisciò la gonna e poi lentamente si girò. Temeva, e a ragione, che un solo sguardo sarebbe bastato a Sebastian per comprendere quanto le fosse apparso faticoso e ingiusto resistergli.

Rimasero lì, in silenzio, uno di fronte all’altra, ancora sconvolti dall’intimità selvaggia che per pochi secondi li aveva sopraffatti, dalla inevitabile consapevolezza di appartenersi.

Madeline cercò di comprendere i segnali che provenivano dall’atteggiamento di Sebastian. Il suo respiro era breve ed affannato. Le mani strette a pugno, il corpo leggermente tremante, la mascella contratta. Era incredulo e turbato, come se si fosse reso conto all’improvviso di aver perso una battaglia che credeva vinta. Furioso, più che deluso.

Nei suoi occhi, neri di rabbia, c’era molto più del semplice desiderio frustrato di un uomo per una donna. C’era disperazione. Propositi di vendetta. Impazienza. C’era un’ arrogante consapevolezza del proprio potere. E una primordiale brama di possesso.
Sei mia
, dicevano i suoi occhi.

Non ancora, risposero quelli di Madeline, scintillanti alla fiamma delle poche candele ancora accese nella stanza. Gli stessi occhi di quella gattina che aveva cercato di sedurlo anni prima.

Madeline lo stava sfidando, apertamente. Ma non sarebbe stato saggio e prudente per lei aspettare che Sebastian reagisse a quella sconfitta. Doveva battere in ritirata, vigliaccamente, velocemente, prima che fosse troppo tardi. Così, sforzandosi di apparire sicura di se stessa, con un conclusivo: “Buona notte, my lord” fece per andarsene.

Ma lui le bloccò il passo e prendendola per un braccio la obbligò a guardarlo.

“Non sarà un buona notte, Madeline, senza te”… mormorò. E nella sua voce lei non riconobbe, come sperava, l’inevitabile accettazione della disfatta. Ma la consapevolezza di una futura, ineluttabile vittoria.

Non mi avrai, Sebastian, non ancora almeno. Non così.

Gli occhi di Sebastian bruciavano. E così le dita di Sebastian, che le cingevano il braccio senza alcuna delicatezza. Per un istante la volontà di Madeline vacillò, ma non fu che un attimo. Con piglio determinato (quanto le era costato fingere freddezza!) guardò la mano di Sebastian stretta intorno al suo polso con occhi duri e severi, tentando così di celare il disagio che stava crescendo in lei.

“State esagerando, Sebastian. Lasciatemi immediatamente.”

Lui non si mosse, e non la lasciò.

Lei alzò un sopracciglio.

“Vi ho già augurato la buona notte, Sebastian! Forse avrei dovuto rispettosamente chiedere il vostro permesso prima di congedarmi?” fece ironica.

Lui sostenne per qualche istante il suo sguardo, poi tenendolo stretto con entrambe le mani si portò il polso di Madeline alla bocca e glielo baciò con labbra umide e avide, mordendo e leccando e succhiando la pelle bianca e delicata dell’interno del braccio, salendo e salendo ancora verso la spalla nuda.

Lei sussultò e non potè evitare di emettere un gemito, un maledetto, rivelatore gemito di piacere.

Mentre le sue labbra continuavano ad accarezzarle l’interno del braccio, le chiese: “Perché mi respingi? Perché se anche tu mi vuoi?”,

Lei scosse il capo, cercando di liberarsi.

“Sebastian, vi prego, lasciatemi.”
”Avete paura di me?” I suoi occhi erano ormai due fessure infuocate di passione e di rabbia.
”Non è di voi che ho paura, Sebastian, ma di me stessa. Non lo capite?”

Le labbra di Madeline tremarono e i suoi occhi implorarono pietà.

Sebastian l’aveva umiliata. L’aveva costretta ad ammettere la propria debolezza. Le aveva dimostrato che già era sua e promesso silenziosamente che presto, molto presto, il suo orgoglioso no sarebbe diventato un intimo e sottomesso .

“Vi detesto, per quel che mi avete fatto stasera, Sebastian.”

Riluttante, lui la lasciò.

“Madeline…”mormorò.

Ma lei già se ne stava andando.

Cercando di ricomporre quel poco che restava della sua dignità, sforzandosi di non correre, le gambe vacillanti, Madeline raggiunse la porta, girò con mano malferma la chiave ed uscì tremante dalla sala del biliardo. Ray, seduto fuori dalla stanza, probabilmente di guardia per ordine del suo padrone –considerazione che fece intimamente infuriare Madeline- , si alzò per augurarle la buonanotte e sogghignò spudoratamente quando un potente dannazione e il fragore di qualcosa che veniva rotto con furia risuonò nella stanza vicina. Ray rise. Madeline si girò, con aria spaventata e interrogativa.

“Niente di preoccupante, my lady. My lord deve aver spezzato un paio di stecche.”

Il silenzio venne rotto da un altro rumore, molto più forte e violento del precedente.

“Credo che sua signoria se la sia presa anche col tavolo da biliardo. Penso che domani dovrò tornare a Londra per ordinarne uno nuovo,” aggiunse l’uomo, sogghignando. “Forse è meglio che lo fermi, prima che distrugga tutto il palazzo. Buona notte, my lady”, disse l’uomo inchinandosi.

Madeline si abbandonò a un sorriso forzato, e senza aggiungere altro si diresse verso lo scalone. L’idea che Sebastian fosse furioso la ripagava solo in parte di quanto le aveva fatto, di come slealmente le aveva dimostrato che non sarebbe riuscita a resistergli ancora a lungo. Di come crudelmente si era compiaciuto del potere che pretendeva avere su di lei.

Ma per quanto modesta, era comunque una soddisfazione.



domenica 4 ottobre 2009



Care amiche di Miss Portland, ho ricominciato a scrivere, e presto pubblicherò un estratto del romanzo cui sto dedicandomi con notevole divertimento. Un regency, tanto per cambiare. Senza pretese e senza messaggi reconditi.

Nel frattempo, scrollate verso il basso, ho ripubblicato il primo capitolo di Miss Portland. Se mai avrete voglia di dargli un'occhiata e dirmi la vostra, sarò felice di ricevere i vostri commenti.

Un caro saluto a tutte

Georgette



martedì 7 luglio 2009

Buone vacanze!



Come già detto, anche Miss Portland va in vacanza. Almeno per il momento. Il blog rimarrà in vita, e spero possa diventare un luogo frequentato da chi vuole scrivere romance, o altro. Quindi, se avete un manoscritto nel cassetto, sarete le benvenute.
Per il momento, buone vacanze, anche se non credo che il blog chiuderà per ferie. Fateci un salto, ogni tanto.
Un bacio e un grazie di cuore a chi ha letto Zitta e ferma Miss Portland! e a chi lo leggerà in futuro. E' stata per me una bella esperienza.
Se volete contattarmi, potete scrivermi attraverso i commenti, o inviarmi una mail privata, l'indirizzo è qua di fianco.
Buona estate a tutte
Con affetto

Georgette


domenica 28 giugno 2009

Ancora qualche giorno


Oggi ho stretto amicizia con tante amiche su Face Book. E ne sono felice.
Avevo deciso di togliere oggi stesso dal blog il mio romanzo, ma mi sembrerebbe poco educato nei confronti di chi avesse voglia di dargli un'occhiata.
Ma non POSSO lasciarlo ancora a lungo. QUindi, fra qualche giorno, lo toglierò.
Grazie a chi mi leggerà e a chi vorrà lasciarmi un commento.
Felice lettura a tutte
Un caro saluto

Georgette